martedì 10 marzo 2009

CAMILLERI

La metamorfosi. La fiaba. La natura antropomorfizzata o l'antropomorfo mutato in elemento della natura. Dunque, Camilleri cronista, favolista e mitografo, come lo descrive nella sua abbagliante scrittura Salvatore Silvano Nigro, che firma le bandelle de libro 'Il sonaglio', che chiude una trilogia, dopo 'Maruzza Musumeci' e 'Il casellante'. "Il meglio di me risiede in questa trilogia fantastica" sciorina con lucida semplicità lo scrittore, che pure ci aveva stupito con gemme e capolavori letterari.

Tale, la semplicità e la sua dirompenza, che la Sellerio ha deciso di esaltare questa frase in una fascetta che avvolge il volume. Ora che la trilogia é conclusa, il lettore può tirare un sospiro e gustare l'ultima corrente di quella vena inesauribile che è l'ispirazione camilleriana. Perché Il sonaglio racconta una terza metamorfosi, una sorta di terzo e ultimo comandamento che una divinità immateriale o un'energia invisibile e padrona, scolpisce nelle menti e nelle carni, ribaltando leggi fisiche e sovvertendo certezze gravitazionali.

E' forse il Camilleri meno visibile questo della trilogia: non si vede e non si sente, scrive in punta di piedi e si allontana furtivamente appena messo il punto finale. Pudico o forse timido della propria, segreta, tenerezza. Non è il disincantato, intelligente manovratore di Montalbano, né lo scanzonato orchestratore de La concessione del telefono. E' l'omo vrigugnuso che quasi si scanta di manifestare, di alzare un inno all'ammuri. Non al futtiri, quello sò bravi tutti: all'Amore. Allora per cantarlo si sceglie la fiaba. La tenerezza chiama l'infanzia, la tenerezza adulta si cela dietro la mimica, l'invenzione. Fiaba o mito, appunto.

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